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“Odio i ciclisti”… Nel 2016 ancora con sta storia??

Con l’avvicinarsi della tappa nr.15 del Giro d’Italia, ho proposto agli amici di andarci a vedere la cronoscalata a Siusi, facendo contente le consorti con un successivo giro sull’alpe. Uno degli amici mi boccia la proposta dicendomi seccamente “ODIO I CICLISTI”, spiegandomi che per lui sono tutti fanatici e antipatici. La cosa mi ha fatto un po’ pensare, lui da giovanissimo faceva correva con la bici da strada, suo papà pure, il quale gli avrà trasmesso questa cosa, e probabilmente gli ha trasmesso quella idea di ciclismo degli anni 90-00 quando forse si, l’ambiente era probabilmente più esagerato di ora.

L’avvento dell’alluminio e subito dopo del carbonio ha dato possibilità a molti fanatici di sfoggiare prima una e poi l’altra tecnologia di prodotti ai ritrovi, erano gli anni dove il ciclista medio difficilmente aveva meno di 40 anni, ed erano arrabbiati con il mondo. Tutto il polverone mediatico sul doping ha fatto passare anche la voglia a tanti appassionati di seguire il ciclismo professionale (non che ci sia stato solo in quegli anni, ma c’è stato più polverone). A dire la verità era un ambiente che non piaceva neanche a me.

Oggi è diverso. Cicloturisti, stradisti, ciclisti fissi, amanti della bicicletta in generale: negli ultimi anni la bicicletta sta vivendo l’ennesima giovinezza, e questa volta sono molti di più i giovani che si avvicinano al ciclismo, e spesso (e per fortuna), più ignorantemente. Non gli interessano gli anni che furono con questo e quello che correva con la leva del cambio sul carro, non gli interessa l’acciaio, l’alluminio, il carbonio. Gli interessa solo pedalare, e più lo si fa meglio lo si fa. Ci si saluta quando ci si incrocia, ci si aiuta tirandosi a vicenda e ci si ringrazia alla fine, ci si scambia quattro battute nelle aree di ristoro, si fa amicizia.

La generazione che ci ha preceduto non ha mai fatto niente di tutto ciò. Se uno passa avanti si accende già la competizione, se uno passa troppo veloce volano le parolacce, non si ringrazia mai per la scia ma guai ad attaccarsi a una delle loro ruote.

Durante i miei allenamenti ogni tanto guardo in faccia i ciclisti che incrocio, c’è chi ha un sorriso stampato in faccia mentre pedala, c’è chi fa un cenno col capo, chi alza le dita dal manubrio per salutare. Il pregiudizio non c’è, non vieni giudicato perchè stai usando la bici del supermercato o la divisa di decathlon. Nel caso si corra in fila ci si fanno i segnali in caso di persone ferme o lente sulla carreggiata, tombini o irregolarità.

Ricordo solo qualche anno fa di aver litigato con qualcuno perchè mi sono permesso di fare un sorpasso in fissa a due ciclisti, con tanto di insulti perchè pedalavo una bici che non era come quella da corsa che avevano tutti gli altri. Per non parlare delle provocazioni dalle squadre in MTB che uscivano in allenamento, con una skiddata stava per scatenarsi una rissa.

Sono due anni che per le strade vedo un bel ciclismo, che pedalo un bel ciclismo, che vivo un bel ciclismo, grazie a persone che la vedono come me, senza pregiudizio, gelosia e voglia di contendere a tutti i costi, e questo grazie alle persone che incrocio tutti i giorni che la pensano come me.

Così mi sento di concludere questo piccolo sfogo con una frase dal timbro quasi messianico: Continuate ad essere quello che siete, abbandonate quello che erano quelli prima di noi, pedalare vi renderà liberi!

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Alleycat: Fakenger Guerrilla 2 – Verona 14.09.2013

 

 

Il mio ginocchio è a livelli che lo guardi ed esce, l’allenamento è quel che è (quindi niente) a causa del ginocchio, e visto che non posso sforzare più di tanto mi sono lasciato su il 46/17 per fare anche quest’alleycat, aggiungendo il freno (brakeless ci giro solo nella mia città, correre in città straniera è diverso, ma va sempre a coscienza).

Partenza da casa alle 10:40, tempo di andare in farmacia a procurarmi zuccheri e qualche barretta, a sto giro sono uscito di casa abbastanza minimale, niente ricambi e neanche pompa e camera d’aria perchè non li trovavo più, tanto, chissenefrega, non buco mai io. Prendo il treno da Bolzano e aspetto Gian e Peter che salgono da Trento.

Arriviamo li, ci procuriamo delle cartine fantastiche, piccole, lucide e che stanno facilmente in tasca, oro, mi sono detto, solo che guardandola bene mi accorgo che la parte di zona industriale sotto è tagliata, e l’anno scorso c’erano 3 check li. Andiamo a registrarci al baretto convenzionato e intravedo un paio di buste con i nomi di due vie, le cerco, non ci sono, guardo sul cellulare e sono proprio nella parte tagliata della mappa. Lo so, ho sbanfato, ma diciamo che ho recuperato il fatto che la mia mappa fosse incompleta, quindi per non usare spudoratamente il navigatore ho fatto due screenshot della mappa sul cellulare (ammazza che onesto) e ho deciso di provarci. La gara che intendevo fare era in solitaria, ho un rapporto troppo agile per stare dietro a chiunque, un ginocchio che non mi permetterà di fare grandi cose, e poi, me la voglio fare con la mia testa.

Infatti se avete mai corso un alleycat vi sarete accorti che qualunque tattica voi mettiate a tavolino una volta scattato il via se ne va a farsi benedire dalla foga di correre dietro a tutti gli altri. Può andare bene se trovi un local, può andare male se trovi gente che segue altra gente che poi magari la perde. Scatta il via, apro la cartina e mi segno tutti i check. La modalità di quest’anno è leggermente diversa dall’anno scorso: ci sono 5 prese e 6 (una era doppia) consegne da fare, ma si potevano fare più prese contemporaneamente dell’anno scorso, in più alcune tappe avevano un tempo massimo. Siamo rimasti in meno di 10 a scrivere, gli altri sono tutti partiti. Qualcuno mi chiede di attaccarsi a me ma non mi sono voluto prendere responsabilità. Parto, faccio il rettilineo e vedo già gente indecisa, urlo: “VICOLO CANNONE??” alla risposta affermativa faccio cenno di seguirmi. Meno male che non mi dovevo prendere responsabilità.

1.Tappa: doppia consegna, un pacchettino di caffè (che sembra droga) e una busta, da portare integri in due posti diversi. Il caffè è una consegna a tempo, la busta no. Si riparte subito e mi prendo del “local” vista la mia dimestichezza per le vie di Verona, ma spiego che non lo sono e che non mi assumo responsabilità, un gruppo si stacca per andare altrove, penso a portare la busta, io continuo per la mia, rimaniamo in 3. Uno dei due aveva un Dolan montato trasherissimo e girava brakeless, mi è piaciuto il suo modo di girare, l’altro un telaio azzurro che non ho visto bene. Facciamo la prima consegna e mi accorgo che passiamo in una via dove c’era un altra presa, qui siamo in quella zona che non è segnata nella mappa, ma ancora non avevo tenuto conto che si poteva prendere due consegne insieme. Tiriamo dritto e consegnamo, incontriamo un altro gruppo e quelli che sono con me vogliono seguire loro, io voglio fare l’altra presa, altrimenti se ci si allontana da qui tocca tornare dopo ed è una perdita di tempo. Alla fine andiamo tutti li ma ci sono incertezze. Apro il mio screenshot e ci sono, parto in solitaria, checkko e riparto. Riprendo via del Lavoro per ritornare in centro, e per chi non la conosce è una 8 corsie che porta da Verona Sud al centro, è l’unica arteria per entrare in città da quella zona e sono 2 km di rettilineo. E’ zona industriale e quindi l’asfalto non è dei migliori. Arrivo in fondo al vialone e trovo tutte le corsie intasate dal traffico, passo tra le macchine come nei video di Lucas Brunelle, mentre penso che sto facendo una gara a dir poco perfetta, se continuo così senza errori mi piazzo bene, mentre sento la gomma dietro che comincia a sgonfiarsi. E’ da dire che porto pompa e camera d’aria nello zaino anche quando vado a lavorare, e qui non ce l’ho. Dopo un po’ arriva il gruppo, grido, sbraccio, niente, il traffico mi sovrasta.

La foratura: cammino, cammino, cammino, chiedo info, cammino. Sono le 5 e mezza di sera e non c’è un negozio di bici aperto, trovo dei ciclisti sui 22-23 anni e chiedo se hanno una camera, anche pagando, mi dicono di no, e i borsellini sotto la sella ce li hanno. Vabbè, mi mandano da Chesini, un km e mezzo più in la, mi incammino pian piano. Intanto incrocio altri in gara, chiedo al volo e vengo mandato al diavolo. E’ anche giusto che ognuno si porti la propria roba, mona io che non l’ho fatto. Incrocio Peter e Gian che mi soccorrono, mi mollano camera e pompa e ripartono. In mezzo a pullman di cinesi e turisti vari mi metto a cambiare la camera d’aria proprio di fronte alle mura, e finalmente ritorno in sella.

Il resto della gara: ormai le speranze di fare bene sono svanite, cerchiamo almeno di chiudere dignitosamente. Mi ritrovo che mi manca 1 consegna e ancora una presa e consegna da fare, ma mancano 20 minuti alla chiusura, e devo arrivare a Castel S.Pietro e mi trovo senza forze nelle gambe, stanco morto e assetato ai piedi della collina. Faccio questa e poi basta, salgo fino in cima e consegno, mi danno un coupon su cui appiccicare il francobollo che stavo consegnando e avrei dovuto portarlo altrove, ma il tempo non me lo ha permesso. Raccatto su tutte le carte e scendo giù all’arrivo.

Gian e Peter sono al bar da un po’, sono arrivati un quarto d’ora prima di me e hanno completato tutti i check, devo dire che hanno fatto davvero una bella gara, un buon paio sono riusciti a fare un tempo minore del loro, peccato.

Tra i check c’erano angherie interessanti e stressanti come portare un pacco, timbrare un check in mezzo ad una piscina con i piedi in 15 cm d’acqua e chiudere la bicicletta pena sgonfiaggio delle gomme.

Niente premio al più lontano, niente premio all’ultimo, solo al primo e secondo out of town e al primo e secondo generale. Meno chiacchiere e più fatti direi. Correre in una città che la si conosce almeno in parte è una soddisfazione, almeno perchè quando apri la cartina sai già dove ti trovi, devi solo puntare l’obiettivo e pedalare. La foratura è stata una sfortuna ma mi ha insegnato a non sottovalutare mai nulla ed essere pronto a tutto sempre. Facendo due conti se non avessi forato avrei potuto fare anche l’altra consegna che non ho cominciato, ma non avrei potuto fare le due bonus, quindi è da dire assolutamente che ci vuole molta più gamba.
Correre un alley in tanti è bello, ma ricordate che quando seguite gli altri il vostro orientamento si spegne, e se non avete padronanza delle vie da metà gara in poi il cervello va in pappa e non capite più niente. D’ora in poi penso che me la giocherò sempre da solo con cartina alla mano, si perde tempo prima ma è tutto di guadagnato dopo.

Grazie a Niccolò e Pigozzi insieme ai ragazzi di Fixed Verona per l’organizzazione, ci becchiamo l’anno prossimo con ginocchio a posto e gamba allenata!

Vecchio scarpone quanto tempo è passato!

Io sono così, apro un blog, lo supporto per due settimane incessantemente, e poi lo pianto li, poi dopo qualche mese mi sale la nausea di Facebook e allora torno a scrivere sul blog.

Abbiamo delle novità in campo ciclistico, la fissa citata nei post precedenti è stata disassemblata per lasciare spazio a una di stile più “new scool” ovvero con un telaio più in stile moderno, non ha congiunzioni ma pur sempre in acciaio, ma, made in England. Ebbena si, è stata una idea che mi sono infilato in testa da subito e ho voluto portarla a termine, purtroppo la scelta di colori era ridotta ai soli bianco e nero, e visto che dalle mie parti di fisse bianche ce ne sono circa 15 sulle 30 totali che girano, ho optato per il nero, cercando di mettere tutto il resto dei componenti più colorati possibile. O almeno questa era l’idea iniziale.

Preparo con molta pazienza tutto il necessario, e prima di montare qualsiasi cosa aspetto tutti i componenti affinchè non manca proprio nulla per il montaggio.

Sella nuova BLB Fly, Guarnitura Miche Primato, Serie sterzo Crank Brothers (lasciate stare, per carità), stem e riser FSA guantati da manopole BLB, il tutto montato su un telaio BLB Track nero.

Passiamo al montaggio: la prima cosa che ho voluto montare è stata la serie sterzo, ho scelto una Crank Brothers da freeride perchè mi è sempre piaciuta come marca, e l’ho trovata con tipo il 55% di sconto. Ma scopro con qualche ricerca online che CB ha deciso di fare i bicchieri che entrano nel canotto leggermente più larghi del normale in modo da aderire di più sul telaio. Il che significa bestemmie in Maori per me che non uso nessun attrezzo per il montaggio delle due calotte, se non un martello e un blocchetto di legno per attutire i colpi. 1 ora abbondante di martellate, dopodichè giungo a una conclusione: DEVO BATTERE PIU’ FORTE!
E così le calotte entrano con molta fatica nelle loro sedi, e procedo al resto del montaggio, dove trovo solo un ulteriore problema nell’infilare lo stem nella forcella, perchè tagliata con il tagliatubi ma non sbavata correttamente, motivo: mancanza di lima. Quindi ho massacrato lo stem prendendo un po alla volta le varie misure del canotto forcella.
Il resto è stato montato in 6 minuti netti.