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Parentesi Fantasy

Non parliamo di bici a questo giro. Parlo di qualcosa che nella nostra realtà non esiste più. O almeno, una volta esisteva nelle nostre menti, ora a quanto pare è finito nel dimenticatoio. Parlo del classicissimo ambiente Fantasy, si, quello, quello fatto di elfi, nani, orchi e troll, che se le danno di santa ragione in un regno dove c’è sempre un mago a piantar grane. Non vorrei citare il Signore degli Anelli perchè mi sembra troppo scontato, e per quanto Tolkien sia stato un ottimo scrittore, per tanti il padre del Fantasy in questo senso, non possiamo dire la stessa cosa di suo figlio, che sulla scia del padre e grazie a innumerevoli appunti trovati su mondi, magie, mostri e personaggi ha pubblicato altri libri, inquinando quelle due splendide storie che potevano restare a se stanti che sono appunto il Signore degli Anelli e Lo Hobbit.

Un autore su cui vorrei piuttosto spostare l’attenzione è Markus Heitz, ho divorato tutte le sue opere in qualche mese e ora rimpiango di averlo fatto così in fretta. Tolkien ha sempre preferito parlare di elfi piuttosto che dei nani, li ha fatti sempre figurare come i migliori combattenti tra tutte le razze, facendo risultare goffi e impacciati i nani. Heitz sta dalla parte dei nani, lo potrete capire se leggerete la Saga dei Nani, composta da 4 libri a dir poco mozzafiato, e dove non potrete fare a meno di adorare questa razza tenace e potente.

A seguire la saga c’è anche La Leggenda Degli Albi, dove si parlerà appunto degli albi, razza che imparerete a conoscere e ad odiare leggendo la storia dei nani. Infatti è difficile dopo 4 libri così avvincenti passare dalla parte dei cattivi, ma come dice Heitz, bisogna sempre vedere chi sono i cattivi.

Posso dire che all’inizio si farà senz’altro un pò di fatica ad ambientarsi, ma quando comincia ad entrare nel vivo quest’ultimo libro si rivela all’altezza dei suoi precedenti. Inoltre cronologicamente parlando La Leggenda degli Albi narra gli avvenimenti accaduti immediatamente prima del primo libro della Saga dei Nani, e appunto finisce con l’inizio de Le Cinque Stirpi.

Purtroppo mi è davvero difficile trovare altro materiale tradizionale come questo nelle librerie e in rete, anche perchè ormai la gente crede che gnomi, folletti, elfi e nani siano tutti la stessa cosa, il che mi fa pensare che probabilmente questo ambiente stia andando a morire.

Se avete link o titoli da suggerire mi farebbe davvero piacere!

Intanto continuo ad ascoltare i Blind Guardian.

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Ciò che conta è la bicicletta – Robert Penn

C’è gente che tira fuori la carta di credito e acquista la prima bella bici che trova in un negozio, e chi si informa, si documenta, chiede e impara tutto quello che deve sapere per creare la bici dei suoi sogni, così la chiama Robert Penn nel suo libro ciò che conta è la bicicletta, dove spiega passo passo tutte le decisioni che lo hanno portato a crearsi una bici perfetta secondo le sue esigenze e aspettative, in ogni singolo componente, visitando produttori e artigiani per farsi consigliare al meglio.

Tra l’altro racconta dettagliatamente come è nata la bicicletta, dove è nata, come si è migliorata e perfezionata negli anni, modificando la vita di milioni di persone di qualsiasi razza e classe sociale, e anche tanti aneddoti da lui vissuti, tra cui questo che mi ha fatto sorridere:

“I corrieri in bicicletta in stile heroin-chic erano i portabandiera del movimento: penetravano come coltelli nel traffico bloccato, infilandosi in spazi minuscoli, ebbri dei fumi degli scappamenti e del sentore della rabbia impotente degli automobilisti.

Il negozio di biciclette da cui mi servivo vicino a Holborn era uno dei preferiti da questa classe di corrieri-guerrieri. Un venerdì sera passai dal negozio dopo il lavoro per ritirare la mia bicicletta. Avevo spezzato una pedivella. Il meccanico spinse la bici fuori dall’officina passando accanto a tre corrieri che si passavano una lattina di Tennent’s Extra. La vecchia pedivella, un pezzo di alluminio, era fissata al manubrio con un giro di nastro adesivo.

<<Che cosa me ne faccio?>> dissi, indicando la vecchia pedivella. Guardai il meccanico che guardò i corrieri, che guardarono il meccanico che mi guardò. Evidentemente pensavano che dovessi sapere cosa farne, anche se indossavo un gessato grigio. Dopo una lunga pausa, il corriere che stava al centro del gruppetto mi fissò con occhi spiritati e disse: <<Devi… ficcarlo… nel… parebrezza… di… una… fottuta… auto!>>”

 

Tutta mia la città – Diario di un bike messenger – Roberto Peia


Non ho mai recensito un libro, quindi vedrò di descrivere in breve le mie impressioni su questo libro, e le mie aspettative al riguardo.
Stavo cercando qualcosa di interessante sul mondo ciclistico, oltre alle solite biografie di Pantani, Coppi, Ginettaccio. Quando leggo il titolo sul profilo del libro comincio a canticchiare la canzone dall’omonimo titolo. Quando leggo il titolo per esteso rimango a bocca aperta, e poi guardando subito sul retro vedo la foto dell’autore, che riconosco: Roberto Peia è uno, anzi, il fondatore, degli Urban Bike Messenger di Milano, se non sbaglio (e spero di sbagliarmi) l’unica città italiana oltre a Bologna che fornisce questo ecologico e nuovissimo (per noi cavernicoli italiani) servizio.
L’ho acquistato. Con un po’ di pregiudizio, perchè leggendo i forum mi sono fatto un idea dei bike messengers italiani un po’ negativa. Sembra quasi che se la tirino perchè fanno del loro lavoro quello che per altri è una passione. Ma a me piace fare le mie valutazioni da me, non amo le influenze altrui o i luoghi comuni, così nel tentativo di ricredermi mi porto a casa il libro.

Fin dalle prime pagine però fortunatamente capisco che ho fatto di tutta l’erba un fascio, e Roberto, oltre che essere un bike messenger è anche giornalista, quindi il linguaggio e il modo di scrivere del libro è di un certo livello, a volte forse anche troppo per me che sono un povero ignorante..:)
Quando guardi la copertina di un libro cerchi di immaginare subito cosa c’è dentro, e ad essere sincero, sempre dall’alto del mio pregiudiziio, mi sono detto: “ecco che adesso ci descrive la vita eroica del bike messenger”.
Invece devo dire che si tratta di tutt’altro. Il libro è diviso in tanti brevi capitoli, che descrivono le varie giornate tipo che può avere un messenger, raccontate a volte in maniera autoironica, e alla fine di ogni giornata vi è riportato il titolo di una canzone è il sottofondo di quella stessa giornata. Musica che lui definisce di altri tempi, in parte vero, ma scelta da orecchie che se ne intendono, e lo dice un burbetto di 27 anni..:)
Roberto come detto prima mi ha fatto ricredere sulle impressioni sugli UBM che mi hanno trasmesso gli altri. Il loro lavoro è duro, difficile a volte e snervante. Può dare grandi soddisfazioni, l’unica cosa che ancora non ho capito è se con lo stipendio di bike messenger si vive bene o meno.

Vengono spesso descritte le vie della città, i modi di fare dei milanesi, e di come questi ultimi hanno cambiato e/o rovinato la loro città, che, come dice Roberto, è prossima al collasso.
Leggendo questa raccolta di brevi racconti avrà sicuramente un certo effetto sul nostro senso civico e ambientale, e l’autore riesce spesso a trasmettere al lettore il suo amore per la natura e la sua preoccupazione per la stessa.
Spero quindi, essendo pienamente contagiato da questo suo modo di pensare, che i servizi come UBM Milano aumentino, sia a Milano che nel resto d’Italia, per il bene di tutti. E credo che Roberto quando vedrà sfrecciare un corriere della concorrenza per la prima volta invece che prendersela sarà contento di aver seminato bene..:)