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La mia prima scalata.

Stamattina mi sveglio alle 7 e mezza con il canto degli uccellini, alla faccia della pioggia che dava il meteo. Un sonno bestia mi trattiene dall’alzarmi dal letto, lasciando poi la morsa un’ora e mezza dopo. Un buon caffè napoletano, 4 fette biscottate con marmellata fatta in casa e mi butto in sella. Peccato che il fondello non si è ancora asciugato dopo la lavatrice di ieri sera, e dopo qualche km mi rendo già conto di avere problemi di respirazione, forse un colpo d’asma, forse allergia, forse non lo so. Nonostante questo salgo i primi 100 metri di dislivello senza accusare minimamente l’allenamento di ieri e addirittura segnando il mio miglior tempo fino ad oggi, e arrivo ai piedi della salita che porta al Passo della Mendola. Non la faccio, non riesco, non oggi. E quindi imbocco la Mendola.

La Medola oltre che essere un riferimento ciclistico è anche un riferimento meteorologico: se vedi nuvole brutte lassù tra un’ora al massimo arriva da piovere in città. Al momento dei primi tornanti l’antenna che sta a picco sulla vallata è completamente avvolta dalle nubi, insieme a tutta la costa superiore, e io sto salendo lassù.

Una salita di 15 km con una pendenza piuttosto costante, 1000mt di dislivello, il tempo di riferimento per essere sicuri di aver fatto bene è 1 ora. Quest’anno al Giro d’Italia i professionisti se la sono mangiata in 35 minuti, salendo nella prima parte ad una velocità  prossima ai 30 orari. Il mio obiettivo a freddo è di un’ora e venti, ma non l’ho mai fatta al completo, e non so sinceramente cosa aspettarmi da me e da questa impresa.

I primi tornanti mi fanno accusare lo strappetto che ho fatto prima di imbroccare la salita, dovuto forse ad una manata di ottimismo che mi è salita ad un certo punto. Faccio subito pieno utilizzo di tutto il pacco pignoni, e dopo un paio di tornanti comincio a scalare con piacere qualche marcia. Supero pure altri ciclisti più lenti di me, il che è sempre una buona spinta di ottimismo.

Per ricordare questi appunti ho memorizzato delle note vocali sul mio iPhone attaccato al manubrio, e riascoltandole ho notato che ho detto più di una volta che la Mendola oggi non l’avrei fatta, e dopo averla cominciata continuavo a dire che non sarei arrivato fino in cima. Metro dopo metro mi sentivo di vincere quella sfida con me stesso, e mi sentivo sempre più sicuro di me. Il Passo Mendola è qualcosa che va fatto, va fatto per capire chi sei, e va fatto periodicamente  per capire se stai migliorando o no.

Mi perdonerete se questo articolo non ha foto ma ho voluto dedicarmi solamente a pedalare senza distogliere la concentrazione e fare pause che avrebbero spezzato il ritmo.

Ci sono tre possibilità di cambiare idea nei primi 4 km di salita, alla terza quasi faccio un pensierino per scendere, ma un vecchietto mi passa davanti non troppo forte e mi da la grinta di continuare. Continuo a percorrere questa parte iniziale della salita che è circa al 7% ai 12-13 orari, fino a metà, trovo gente in MTB o bici da corsa a manubrio dritto che lascio indietro, ma finora niente bici da corsa, a parte il vecchietto di prima che dopo un chilometro si è girato e tornato indietro.

Dalla metà in poi la salita comincia a farsi più dura e le gambe cominciano a fare davvero fatica, l’acqua nella borraccia è a metà e so che più avanti andrò più avrò bisogno di bere. Devo fare piccoli sorsetti ogni km per risparmiare l’acqua. Salendo fino al decimo chilometro i tornanti cominciano a essere sempre più frequenti e la pendenza supera il 10% per arrivare fino al 15%, trovo davvero dei momenti di crisi e accaldamento, e accolgo questa leggera brezza contraria che mi arriva addosso come una manna dal cielo, mentre le gambe cominciano a fare davvero fatica a girare, non solo per la pendenza ma anche per la fatica accumulata, te ne accorgi quando la tua pedalata sembra come “frenata” da un elemento esterno.
Un aspetto infame della Mendola è che ti infonde fiducia all’inizio, per poi massacrarti psicologicamente: quando cominci a credere di essere in dirittura di arrivo guardi su e vedi dei tornanti molto più in alto e capisci che la strada per la vetta è ancora molto lunga.

In Francia su tutte le salite anno delle piccole lapidi con scritto il km di salita e la pendenza del km successivo, cosa molto interessante, da noi ovviamente tutto ciò non esiste se non in Trentino, ma nelle salite più famose come questa troveremo spesso i km mancanti contrassegnati sull’asfalto a bomboletta. A bomboletta come le scritte cubitali che citavano la scritta: “BIKE!”, salendo, per sensibilizzare i motociclisti e gli automobilisti a stare attenti alle due ruote a pedali, e devo dire che le motociclette oggi mi hanno davvero fatto tanta paura.

Nella zona intorno ai 11-12 km arrivo alle “roccette”, e supero un signore sulla cinquantina abbondante in mtb che andava su poco più lento di me,  ho tempo di lanciargli uno sguardo e lo saluto con: “Ciao, Hallo”, di risposta ricevo un “Knasch Knasch” con voce ansimante, o qualcosa del genere. Il vecchiotto mi è rimasto a non troppa distanza fino in cima, non male, anche se invidiavo il suo pacco pignoni da MTB quando la salita cominciava a diventare davvero dura.

All’ultimo chilometro comincio a vedere i metri segnati per terra, e allo scollinamento ho sorriso quando per terra ho visto la linea bianca del Gran Premio della Montagna, finisco lo scollinamento e arrivo fino al cartello per chiudere il tracciato e vedere il tempo finale. Sono fuori di 10 minuti rispetto al mio tempo che mi ero pronosticato. Per la prossima volta tenterò di osare leggermente di più nei primi chilometri e porterò una seconda borraccia per darmi sostegno sull’ultima parte.

Se dopo il giro di ieri con la stessa lunghezza e un terzo del dislivello di oggi sono arrivato a casa con le gambe che chiedevano a gran voce di  fare altra salita oggi ho trovato finalmente la stanchezza totale che cercavo, il che vuol dire che la prossima volta che affronterò il passo Mendola avrò più forza ed energia disponibili, le salitelle simpatiche che affronto tutti i giorni mi faranno molta meno paura, e soprattutto ora che ho affrontato questo piccolo “gigante” posso essere sicuro di potermi lanciare su tante altre salite che finora mi hanno sempre intimorito, senza dimenticare di fare questo percorso una volta al mese per vedere quando il mio tempo potrà avvicinarsi all’ora.

Obiettivo per fine anno sarà il vero gigante: il Passo dello Stelvio, lungo quasi il doppio e un panorama mozzafiato!

 

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Amore per la salita.

Quest’anno ho rimediato all’errore che ho continuato a fare da almeno 10 anni a questa parte: non aver comprato una vera e propria bici da corsa. Con tutte le marce, i cambi, la ruotalibera, ecc. Da quando nel 2011 mi si è risvegliato l’interesse per la bici grazie alla bici fissa non ho voluto vedere altro, se non la MTB che ogni tanto mi dava qualche scarica di adrenalina in più in discesa.

Ho sempre pensato che la bici fissa sia più emozionante, avere il rapporto diretto gamba/ruota da una certa adrenalina, soprattutto nel misto, per non parlare del mondo che c’è dietro, le alleycat, le criterium e tutto il resto.

Ma vivendo in Alto Adige non ci sono molte possibilità di fare giri abbastanza lunghi in fissa. Bolzano – Ora, Bolzano – Merano, Trento – Bolzano, basta. Pianura o qualche piccolo dislivello che mi permette di non rischiare la vita quando scendo. Il mio livello prestazionale inoltre è sempre stato piuttosto basso, vuoi l’asma che ancora si fa sentire, vuoi l’alimentazione sbagliata, vuoi che gira e rigira a fine stagione se riesco a fare 1500 km è tanto, per colpa dei giri troppo corti che il territorio mi permette.

Decido così di procurarmi una bici da corsa, con la scusa di usarla solo per gli allenamenti, ma è bastato qualche uscita a farmi salire la scimmia. Finalmente posso buttarmi su strade che prima che non potevo percorrere, e, finalmente, comincio ad AMARE la salita, nonostante il mio peso iniziale prossimo alle 3 cifre.

Niente adrenalina, niente rischio, niente velocità folli. Solo una continua lotta tra la forza di gravità e l’accoppiata gamba/polmoni, che cominciano a lavorare insieme. E giorno dopo giorno è un piacere crescente vedere che dove prima salivi ansimando ora vai su a bocca chiusa, senza sforzi particolari. Sentire la fatica arrivare sulle gambe, ma la forza disponibile ora è sufficiente per fargli fronte. Arrivare a casa, e sentire i polmoni spalancati (che per me è una novità) e avere il sorriso stampato in faccia, con un leggero rimpianto di non aver fatto qualche km in più.

Domani mattina se il cielo (in senso meteorologico) me lo permette provo a salire per la prima volta al Passo Mendola, il primo obiettivo che mi sono prefissato per potermi davvero definirmi un ciclista.

E le fisse? Dimenticavo.. Questo sabato a Trento ci sarà la seconda Alleycat trentina sponsorizzata Athesis, e ci sarà molta salita da fare. Dopodichè comincerò a decidere cosa fare delle mie due bici fisse, anche perchè c’è un matrimonio che si avvicina e il posto in garage comincia a scarseggiare! 😀

Alla prossima!

Buone pedalate