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Quanto non ci capivamo una cippa negli anni 90.

Gli anni 90 erano gli anni in cui ero ragazzino, passavo le mie giornate in cortile, quasi sempre in bicicletta perchè non avevo altro. Non esistevano i cellulari, o almeno non ce l’avevano tutti. Internet era agli albori e la playstation era in fase di test.
Era anche l’età dei fratelloni della generazione precedente. Infatti tutti quelli della mia età che giravano con me avevano un fratello o sorella grande di circa 8-10 anni, che costituivano un pò la nostra educazione, i nostri trend setter del momento. E quando la bici da cross con il cambio sulla canna e la sella lunga cominciavano ad essere introvabili e per noi erano un mito irraggiungibili, i nostri predecessori ci hanno rifilato il must del momento: IL RAMPICHINO! Presentata allora come la rivoluzione della bicicletta, con tanti rapporti da poter salire su per i muri (non so se me lo sono sognato o c’era davvero una pubblicità dove uno saliva su per il muro) e quelle orribili sfumature di colore che allora andavano di moda, ovviamente gli ammortizzatori erano roba di lusso e innarrivabile..
I modelli più comuni ed economici si compravano al supermercato, io ce l’avevo gialla con le sfumature rosse e esisteva anche verde e gialla, mentre quella da donna era assai più stilosa, bianca con le sfumature violetto. Essendo un modello economico non era per niente fragile, era un autentico carro da guerra, e aveva dei freni che inchiodavano da paura, tanto che chi non ci era abituato all’inizio faceva di quei voli da Youtube, ma all’era non esisteva, ci si accontentava di paperissima.
Telaio in acciaio pesantissimo, serie sterzo filettate da 1 e 1/8, ruote tassellate, portaborraccia e quell’affare di gommapiuma che copriva la canna, che non so come si chiamava, ma per portare la tipella in canna era il top e un manubrio largo mezzo metro, ovviamente cromato.
E più marce avevi più eri figo, e quindi come arrivavi con la bici nuova gli amici andavano subito a contare il numero di ingranaggi sul pacco pignoni e moltiplicare per 3 o 4 corone. E se eri un poveretto che aveva “solo 18” marce, ti facevi di quelle paranoie incredibili e la bici per te non valeva niente. Poi c’erano i cambi classici a levette “sopra” il manubrio, e se avevi i cornetti, eh si, se avevi i cornetti eri il top, ragazzo.
Facevano schifo guardandole con il punto di vista di oggi, ma avevano il loro fascino al tempo, poi qualcosa cambiò.
Arrivarono i telai in alluminio, pacco pignone con l’ultimo maggiorato(!!), comandi del cambio sulla manopola (la cosa più scomoda del mondo), telai in alluminio con le saldature in bella vista, e geometrie con uno sloping da far ridere. Sembravano gli attuali telai da dirt. La qualità dei componenti in compenso era pessima, a partire dai cavi del freno fino al cerchione. Anche le bellissime bici da città a congiunzioni furono rimpiazzate da questi obrobri in alluminio non verniciato, montati con componenti cinesi come le MTB del momento.
Oggi guarda guarda le bici da città stanno tornando a congiunzioni, ce le fanno passare come edizioni speciali, e non sono altro che dei pessimi telai a congiunzioni montanti con gruppi e componenti cinesi, a prezzi esorbitanti.
Quindi comprare oggi una bici da città può venirci a costare anche 200 euro per un modello di base. Avremo un mezzo che ci durerà si e no 6 mesi. Mentre con 50 euro si può trovare una bellissima bici vintage dei primi anni 90 o forse anche prima, che se è durata 20 anni ne può durare tranquillamente altri 20.

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