Archivio | Uncategorized RSS for this section

Nuovo progetto: Bianchi Ragno Meta

Sto cercando semplicemente una bici per mia moglie, per poter cominciare a fare qualche breve pedalata fuori porta o qualcosina di più, giusto per cominciare. Trovandomi benissimo con il Marin adibito ormai a commuter ho pensato di creare una retrobike veloce anche per lei.

Sto scandagliando i mercatini e annunci della regione da mesi ma non sono riuscito a fare nulla, quando ad un tratto, nell’ennesimo restore della pagina mi salta fuori un annuncio per una Ragno, sembra messa bene, contatto il venditore e in meno di un’ora sono sotto casa sua.

Lungo la strada trovo un extracomunitario (i migliori retrobike lover di sempre) che aveva una ragno, modello sicuramente superiore, e tenuta anche discretamente bene, mi stava quasi frullando qualche brutta idea in test.. torniamo a noi.. Francesco, il venditore, è molto simpatico e gentile, gli faccio vedere cosa faccio io con le bici mostrandogli la mia Marin, concludiamo l’accordo e rientro verso casa.

La bici è pesante, pesantissima. Penso che superiamo i 16 kg senza ombra di dubbio. Guarnitura, tubo sella, manubrio e freni sono in ferro, oltre al telaio a dir poco massiccio essendo a triplo triangolo.

La verniciatura è buona, peccato che il sole ha scolorito le parti rosa in molti punti, e qualche sbeccatura qua e la. Mi accorgo anche quasi subito di un paio di problemi meccanici, pacco pignoni storto con addirittura un paio di denti piegati, biconi della ruote posteriore allentati, pedali con assi storti e con parecchio gioco e la guarnitura non gira dritta, ipotizzo che si sia storto anche il movimento centrale.

Una volta messo le mani a dovere mi sono accorto di quanto davvero è pesante questa bici, e il peso non potrò ridurlo moltissimo se non con un intervento radicale, snaturando l’autenticità del mezzo.

Ho optato per un restauro semiconservativo al momento, smontando e pulendo la bici da ogni tipo di incrostazione e rendendola efficiente al 100% spendendo il meno possibile, poi una volta messa in sella mia moglie vediamo se continuare investendo qualcosa in più o rivenderla e rientrare con le spese.

 

Amore per la salita.

Quest’anno ho rimediato all’errore che ho continuato a fare da almeno 10 anni a questa parte: non aver comprato una vera e propria bici da corsa. Con tutte le marce, i cambi, la ruotalibera, ecc. Da quando nel 2011 mi si è risvegliato l’interesse per la bici grazie alla bici fissa non ho voluto vedere altro, se non la MTB che ogni tanto mi dava qualche scarica di adrenalina in più in discesa.

Ho sempre pensato che la bici fissa sia più emozionante, avere il rapporto diretto gamba/ruota da una certa adrenalina, soprattutto nel misto, per non parlare del mondo che c’è dietro, le alleycat, le criterium e tutto il resto.

Ma vivendo in Alto Adige non ci sono molte possibilità di fare giri abbastanza lunghi in fissa. Bolzano – Ora, Bolzano – Merano, Trento – Bolzano, basta. Pianura o qualche piccolo dislivello che mi permette di non rischiare la vita quando scendo. Il mio livello prestazionale inoltre è sempre stato piuttosto basso, vuoi l’asma che ancora si fa sentire, vuoi l’alimentazione sbagliata, vuoi che gira e rigira a fine stagione se riesco a fare 1500 km è tanto, per colpa dei giri troppo corti che il territorio mi permette.

Decido così di procurarmi una bici da corsa, con la scusa di usarla solo per gli allenamenti, ma è bastato qualche uscita a farmi salire la scimmia. Finalmente posso buttarmi su strade che prima che non potevo percorrere, e, finalmente, comincio ad AMARE la salita, nonostante il mio peso iniziale prossimo alle 3 cifre.

Niente adrenalina, niente rischio, niente velocità folli. Solo una continua lotta tra la forza di gravità e l’accoppiata gamba/polmoni, che cominciano a lavorare insieme. E giorno dopo giorno è un piacere crescente vedere che dove prima salivi ansimando ora vai su a bocca chiusa, senza sforzi particolari. Sentire la fatica arrivare sulle gambe, ma la forza disponibile ora è sufficiente per fargli fronte. Arrivare a casa, e sentire i polmoni spalancati (che per me è una novità) e avere il sorriso stampato in faccia, con un leggero rimpianto di non aver fatto qualche km in più.

Domani mattina se il cielo (in senso meteorologico) me lo permette provo a salire per la prima volta al Passo Mendola, il primo obiettivo che mi sono prefissato per potermi davvero definirmi un ciclista.

E le fisse? Dimenticavo.. Questo sabato a Trento ci sarà la seconda Alleycat trentina sponsorizzata Athesis, e ci sarà molta salita da fare. Dopodichè comincerò a decidere cosa fare delle mie due bici fisse, anche perchè c’è un matrimonio che si avvicina e il posto in garage comincia a scarseggiare! 😀

Alla prossima!

Buone pedalate

“Odio i ciclisti”… Nel 2016 ancora con sta storia??

Con l’avvicinarsi della tappa nr.15 del Giro d’Italia, ho proposto agli amici di andarci a vedere la cronoscalata a Siusi, facendo contente le consorti con un successivo giro sull’alpe. Uno degli amici mi boccia la proposta dicendomi seccamente “ODIO I CICLISTI”, spiegandomi che per lui sono tutti fanatici e antipatici. La cosa mi ha fatto un po’ pensare, lui da giovanissimo faceva correva con la bici da strada, suo papà pure, il quale gli avrà trasmesso questa cosa, e probabilmente gli ha trasmesso quella idea di ciclismo degli anni 90-00 quando forse si, l’ambiente era probabilmente più esagerato di ora.

L’avvento dell’alluminio e subito dopo del carbonio ha dato possibilità a molti fanatici di sfoggiare prima una e poi l’altra tecnologia di prodotti ai ritrovi, erano gli anni dove il ciclista medio difficilmente aveva meno di 40 anni, ed erano arrabbiati con il mondo. Tutto il polverone mediatico sul doping ha fatto passare anche la voglia a tanti appassionati di seguire il ciclismo professionale (non che ci sia stato solo in quegli anni, ma c’è stato più polverone). A dire la verità era un ambiente che non piaceva neanche a me.

Oggi è diverso. Cicloturisti, stradisti, ciclisti fissi, amanti della bicicletta in generale: negli ultimi anni la bicicletta sta vivendo l’ennesima giovinezza, e questa volta sono molti di più i giovani che si avvicinano al ciclismo, e spesso (e per fortuna), più ignorantemente. Non gli interessano gli anni che furono con questo e quello che correva con la leva del cambio sul carro, non gli interessa l’acciaio, l’alluminio, il carbonio. Gli interessa solo pedalare, e più lo si fa meglio lo si fa. Ci si saluta quando ci si incrocia, ci si aiuta tirandosi a vicenda e ci si ringrazia alla fine, ci si scambia quattro battute nelle aree di ristoro, si fa amicizia.

La generazione che ci ha preceduto non ha mai fatto niente di tutto ciò. Se uno passa avanti si accende già la competizione, se uno passa troppo veloce volano le parolacce, non si ringrazia mai per la scia ma guai ad attaccarsi a una delle loro ruote.

Durante i miei allenamenti ogni tanto guardo in faccia i ciclisti che incrocio, c’è chi ha un sorriso stampato in faccia mentre pedala, c’è chi fa un cenno col capo, chi alza le dita dal manubrio per salutare. Il pregiudizio non c’è, non vieni giudicato perchè stai usando la bici del supermercato o la divisa di decathlon. Nel caso si corra in fila ci si fanno i segnali in caso di persone ferme o lente sulla carreggiata, tombini o irregolarità.

Ricordo solo qualche anno fa di aver litigato con qualcuno perchè mi sono permesso di fare un sorpasso in fissa a due ciclisti, con tanto di insulti perchè pedalavo una bici che non era come quella da corsa che avevano tutti gli altri. Per non parlare delle provocazioni dalle squadre in MTB che uscivano in allenamento, con una skiddata stava per scatenarsi una rissa.

Sono due anni che per le strade vedo un bel ciclismo, che pedalo un bel ciclismo, che vivo un bel ciclismo, grazie a persone che la vedono come me, senza pregiudizio, gelosia e voglia di contendere a tutti i costi, e questo grazie alle persone che incrocio tutti i giorni che la pensano come me.

Così mi sento di concludere questo piccolo sfogo con una frase dal timbro quasi messianico: Continuate ad essere quello che siete, abbandonate quello che erano quelli prima di noi, pedalare vi renderà liberi!

Work in Progress!!! Cube Hyde 2012 powered in South Tyrol

IMG_20150619_084940_AO_HDR

Qui è come si presenta finalmente la mia Hyde, le nuove ruote le hanno finalmente dato carattere, e scorre che è una meraviglia.

Le modifiche alla guarnitura però non sono state produttive come pensavo, la catena se cambio velocemente marcia dietro tende a cadere e incastrarsi tra MC e guarnitura, impossibile non sporcarsi se dovesse succedere. Mi trovo inoltre ad usare tendenzialmente i rapporti più grandi del pacco pignone, non sfruttando la metà inferiore, dovrò ripiegare sulla corona più piccola da 34 ed eliminare i bashguard, almeno finchè non ripiegherò su una corona da 40 circa..

I freni ogni tanto fanno qualche rumore sinistro, sembrano non gradire i nuovi dischi, pensavo che quando lo facesse con i mozzi centrelock fosse dovuto all’adattatore ma invece è proprio la pinza freno che è scadente.. Appena finiscono le pastiglie sostituisco l’intero impianto frenante.

Sono ancora indeciso se mettere un riser piatto con un buon backsweep e abbassarlo il più possibile, così da avere una posizione in sella più sportiva, sacrificando così il setup attuale dove va benissimo anche pedalando in giacca e cravatta.

Una sella meno cheap e meno imbottita completerà l’opera, perfezionando sempre di più questo mezzo che per tre anni è stato odiato e abbandonato in un angolo del garage.

Commuter Bike: Ci riproviamo 2 anni dopo.

Due anni fa acquistai la Cube Hyde, convinto dalla qualità Cube anche per i modelli più economici e soprattutto dal ciclista di fiducia che mi ha sempre trattato gran bene, pensavo di andare sul sicuro sul modello da 600 euro, ma, purtroppo, questa volta, i compromessi sono stati troppi per renderla la bici perfetta per tutti i giorni che avrei voluto che fosse, soprattutto per le mie esigenze maniacali ormai.

Elenco i problemi in ordine di come mi si sono presentati, e la soluzione.

Sella. Bella, trendy, originale, scomodissima. Non c’è verso, la posizione precisa non si trova, e non è nemmeno questione di abitudine, questa RDG Rock è una sella scomodissima e ignorante. Soluzione: Sostituita con una sella penso Selle Bassano, al momento, molto imbottita ma ha le cuciture rosse, un pagliativo finchè non trovo una buona sella a prezzi umani.

Manubrio + Stem. Non ho mai amato i flat bars, ma farselo piacere non sarebbe stato un problema, il problema vero qui sono state le misure. Diametro 26 dell’attacco manubrio è come dire avere un iPhone con l’antenna retrattile del Motorola 8700. Inoltre il manubrio è molto corto e lo stem è troppo lungo, per un telaio che in taglia M è un 58 di top tube, costringendomi non solo ad una posizione di guida orribile, ma anche facendo in modo che non puoi appoggiare la bici da nessuna parte perchè cade per terra. Soluzione: Stem 6cm Crank Brothers Cobalt e riser sempre Cobalt da 31.8, ora è tutto un altro pedalare.

Cerchi. Lo scandalo. Sono arrivati praticamente senza essere tirati dalla fabbrica, dopo un centinaio di km hanno cominciato a fare rumore. Invece che andare dal ciclista e rompere le scatole (anche se non so quanto mi avrebbero creduto, ormai era passato un mese), ho deciso di cambiare i nipples ai cerchi e metterli rossi, cosa che cominciai a fare con il cerchio posteriore, e smontando i vecchi mi sono accorto di quanto fossero fatti male questi Schürmann Euroline: oltre ai rumori dei raggi sentivo un piccolo rumore provenire dalle ruote, scoprii poi che erano i resti dei fori per i raggi che erano caduti all’interno del cerchio e non uscivano più, oltre ad innumerevoli detriti. La mia missione dei nipples è fallita in partenza perchè i nipples mi allungavano il raggio di mezzo centimetro, rendendo impossibile una tensionatura corretta (so raggiare, si). Soluzione: dopo due anni alla fine ho deciso di fare la spesa decisiva: Coppia di Mavic Aksium disc con attacco disco Iso, abbandonando il CentreLock Shimano di cui vi parlo tra poco.

Altri cambiamenti estetici e non: Mi misi in testa di mettere tutto quello che potevo in rosso, quindi dischi nuovi, che essendo Iso ho dovuto montarli con un adattatore che ha cominciato a smollarsi dopo un mese. Collarino reggisella nuovo, marchiato Anima, mai sentita ma è molto bello. Pedali Exustar rossi a cuscinetti, molto più dignitosi degli standard che non giravano nemmeno. Manopole Clarks ergonomiche, con un piccolo cornetto integrato, devo ancora provarlo ma spero di trovare la posizione giusta in spinta. Ho deciso di abbandonare anche i pesanti Schwalbe di serie da 42 per dei fantastici Continental Gatorskin da 28. Ho levato i parafanghi Curana che per quanto belli non avevano pietà per scarpe e pantaloni, perchè paravano si gli schizzi verticali, ma deviavano l’acqua sui lati a causa della poca curvatura del canale, peccato. Li sostituirò con degli SKS 42 urban che troverò il modo di montare solo all’occorrenza.

Ultima modifica, quasi radicale, ho eliminato il cambio anteriore e le due corone più piccole, lasciando la grande da 48 denti e il bashguard spostata al centro per evitare di stressare troppo la catena. Penso di sostituirla comunque più avanti con una più leggera da 44 denti. Con l’ampio pacco pignoni  (da 11 a 34) posteriore, mi è sembrato davvero assurdo portarmi dietro il peso di tutte quelle corone davanti.

Con tutte queste modifiche conto di arrivare appena sopra gli 11 kg anzichè i 13 iniziali, guadagnando soprattutto però in maneggevolezza, scorrevolezza e comodità.

Foto a breve!

Pulizia e rinnovi.

Sono entrato nella cartella Fixed dei bookmark sul mio browser e ho cominciato ad uno ad uno a controllare i vari siti. Di quella lista ormai ne è rimasto un terzo, tutti gli altri sono abbandonati o cancellati. Dire che la moda è ormai passata è una cosa brutta, ma di certo ha influito molto. Da quando sono entrato in questo ambiente sono passati 3 anni, mi sono passato 4 telai e quest’anno, dopo essermi sistemato finalmente i legamenti ho deciso di farmi il regalo più grande, il quinto e (spero) ultimo telaio.

Tutto è nato in un inutile pomeriggio di marzo, quando il mio collega con il suo Mash mi chiede consiglio per risolvere un problemino con un rumore che sente da non so dove causato da non so cosa. Con la scusa salgo in sella di questo bolide per provarlo, e per quanto la mia fissa vale un terzo di quello che vale quel Mash montato, non ne sono mai stato invidioso, fino a quel momento. La prima cosa che noto è come la pedalata va direttamente sulla ruota, una minima spinta di pedale viene scaricata direttamente a terra, a differenza del mio Gazzetta che da l’impressione di mangiarsi mezza pedalata solo in oscillazioni. Poi c’è la rigidità del telaio e il resto, insomma si nota subito che è un mezzo fatto per correre.

Comincio a fare due conti, do via Gazzetta e Dolan e mi faccio un Vigorelli e lo uso sia per uso urbano che crit, poi ci penso: ma il colore? Bianco che ce l’hanno tutti o nero che sembra una bici tutt’altro che personalizzata? E con quello sloping che proprio non sopporto come la metterò? A sto punto visto che voglio fare le cose bene spendo 150 in più e mi faccio un Histogram.

Comincio a farmi un immagine di questo Histogram di come sarà, che alla fine diventerebbe come quello del collega, anche perchè gli ho consigliato io come assemblarlo. Vabbè, amen, la bici la uso per conto mio, che male c’è.. Finchè non scopro che gli Histogram di quel colore e a quel prezzo sono totalmente terminati, e non c’è verso di averne uno se non con la nuova colorazione ad ulteriori 150 euro in più.

Faccio un offerta folle al mio collega, perchè so che è più folle di me, io gli do 600 euro (!!) per il suo telaio così lui aggiungendo il resto si può acquistare la nuova colorazione. Ci ha pensato, ci ha pensato davvero molto (chiunque mi avrebbe mandato al diavolo) ma alla fine ha rifiutato, per mia fortuna. Decido di andare sul personalizzato, penso in primis a Dodici, Vetta, Fag.. Faggin??? Ma certo! Perchè non ci ho pensato prima? Comincio ad informarmi su costi e tempi da un amico che so che ne ha uno, e visto che ci sono gli chiedo come si trova. Il parere è positivissimo sia per il telaio che per il rapporto che si ha con la famiglia Faggin durante la lavorazione, come del resto avevo già sentito da tanti altri.

Vada, un altro di quei pomeriggi dove non c’è nulla da fare al lavoro prendo il telefono e chiamo per vedere di che morte morire, cominciamo a parlare di tempi, particolari meccanici, geometrie e tanto altro. Morale della favola vado a spendere 400 euro in più di quanto avrei speso per un comunissimo Vigorelli, ma è ovvio che qui si parla di un telaio fatto con una mano che andrò a stringere quando lo ritirerò, non da un cinese sottopagato dall’altra parte del mondo, e tutti gli accorgimenti tecnici che ci sono non sono per marketing ma per funzionalità, per non parlare delle specifiche personali che ho potuto applicare.

Non voglio dilungarmi di più in dettagli su come sarà e come lo monterò, di certo farò in modo che il montaggio sia degno di un telaio di questo calibro, e punterò tutto sulla massima rigidità. E ovviamente in questi due mesi preparerò anche la gamba per essere degna di cavalcare un missile simile!

Alleycat: Fakenger Guerrilla 2 – Verona 14.09.2013

 

 

Il mio ginocchio è a livelli che lo guardi ed esce, l’allenamento è quel che è (quindi niente) a causa del ginocchio, e visto che non posso sforzare più di tanto mi sono lasciato su il 46/17 per fare anche quest’alleycat, aggiungendo il freno (brakeless ci giro solo nella mia città, correre in città straniera è diverso, ma va sempre a coscienza).

Partenza da casa alle 10:40, tempo di andare in farmacia a procurarmi zuccheri e qualche barretta, a sto giro sono uscito di casa abbastanza minimale, niente ricambi e neanche pompa e camera d’aria perchè non li trovavo più, tanto, chissenefrega, non buco mai io. Prendo il treno da Bolzano e aspetto Gian e Peter che salgono da Trento.

Arriviamo li, ci procuriamo delle cartine fantastiche, piccole, lucide e che stanno facilmente in tasca, oro, mi sono detto, solo che guardandola bene mi accorgo che la parte di zona industriale sotto è tagliata, e l’anno scorso c’erano 3 check li. Andiamo a registrarci al baretto convenzionato e intravedo un paio di buste con i nomi di due vie, le cerco, non ci sono, guardo sul cellulare e sono proprio nella parte tagliata della mappa. Lo so, ho sbanfato, ma diciamo che ho recuperato il fatto che la mia mappa fosse incompleta, quindi per non usare spudoratamente il navigatore ho fatto due screenshot della mappa sul cellulare (ammazza che onesto) e ho deciso di provarci. La gara che intendevo fare era in solitaria, ho un rapporto troppo agile per stare dietro a chiunque, un ginocchio che non mi permetterà di fare grandi cose, e poi, me la voglio fare con la mia testa.

Infatti se avete mai corso un alleycat vi sarete accorti che qualunque tattica voi mettiate a tavolino una volta scattato il via se ne va a farsi benedire dalla foga di correre dietro a tutti gli altri. Può andare bene se trovi un local, può andare male se trovi gente che segue altra gente che poi magari la perde. Scatta il via, apro la cartina e mi segno tutti i check. La modalità di quest’anno è leggermente diversa dall’anno scorso: ci sono 5 prese e 6 (una era doppia) consegne da fare, ma si potevano fare più prese contemporaneamente dell’anno scorso, in più alcune tappe avevano un tempo massimo. Siamo rimasti in meno di 10 a scrivere, gli altri sono tutti partiti. Qualcuno mi chiede di attaccarsi a me ma non mi sono voluto prendere responsabilità. Parto, faccio il rettilineo e vedo già gente indecisa, urlo: “VICOLO CANNONE??” alla risposta affermativa faccio cenno di seguirmi. Meno male che non mi dovevo prendere responsabilità.

1.Tappa: doppia consegna, un pacchettino di caffè (che sembra droga) e una busta, da portare integri in due posti diversi. Il caffè è una consegna a tempo, la busta no. Si riparte subito e mi prendo del “local” vista la mia dimestichezza per le vie di Verona, ma spiego che non lo sono e che non mi assumo responsabilità, un gruppo si stacca per andare altrove, penso a portare la busta, io continuo per la mia, rimaniamo in 3. Uno dei due aveva un Dolan montato trasherissimo e girava brakeless, mi è piaciuto il suo modo di girare, l’altro un telaio azzurro che non ho visto bene. Facciamo la prima consegna e mi accorgo che passiamo in una via dove c’era un altra presa, qui siamo in quella zona che non è segnata nella mappa, ma ancora non avevo tenuto conto che si poteva prendere due consegne insieme. Tiriamo dritto e consegnamo, incontriamo un altro gruppo e quelli che sono con me vogliono seguire loro, io voglio fare l’altra presa, altrimenti se ci si allontana da qui tocca tornare dopo ed è una perdita di tempo. Alla fine andiamo tutti li ma ci sono incertezze. Apro il mio screenshot e ci sono, parto in solitaria, checkko e riparto. Riprendo via del Lavoro per ritornare in centro, e per chi non la conosce è una 8 corsie che porta da Verona Sud al centro, è l’unica arteria per entrare in città da quella zona e sono 2 km di rettilineo. E’ zona industriale e quindi l’asfalto non è dei migliori. Arrivo in fondo al vialone e trovo tutte le corsie intasate dal traffico, passo tra le macchine come nei video di Lucas Brunelle, mentre penso che sto facendo una gara a dir poco perfetta, se continuo così senza errori mi piazzo bene, mentre sento la gomma dietro che comincia a sgonfiarsi. E’ da dire che porto pompa e camera d’aria nello zaino anche quando vado a lavorare, e qui non ce l’ho. Dopo un po’ arriva il gruppo, grido, sbraccio, niente, il traffico mi sovrasta.

La foratura: cammino, cammino, cammino, chiedo info, cammino. Sono le 5 e mezza di sera e non c’è un negozio di bici aperto, trovo dei ciclisti sui 22-23 anni e chiedo se hanno una camera, anche pagando, mi dicono di no, e i borsellini sotto la sella ce li hanno. Vabbè, mi mandano da Chesini, un km e mezzo più in la, mi incammino pian piano. Intanto incrocio altri in gara, chiedo al volo e vengo mandato al diavolo. E’ anche giusto che ognuno si porti la propria roba, mona io che non l’ho fatto. Incrocio Peter e Gian che mi soccorrono, mi mollano camera e pompa e ripartono. In mezzo a pullman di cinesi e turisti vari mi metto a cambiare la camera d’aria proprio di fronte alle mura, e finalmente ritorno in sella.

Il resto della gara: ormai le speranze di fare bene sono svanite, cerchiamo almeno di chiudere dignitosamente. Mi ritrovo che mi manca 1 consegna e ancora una presa e consegna da fare, ma mancano 20 minuti alla chiusura, e devo arrivare a Castel S.Pietro e mi trovo senza forze nelle gambe, stanco morto e assetato ai piedi della collina. Faccio questa e poi basta, salgo fino in cima e consegno, mi danno un coupon su cui appiccicare il francobollo che stavo consegnando e avrei dovuto portarlo altrove, ma il tempo non me lo ha permesso. Raccatto su tutte le carte e scendo giù all’arrivo.

Gian e Peter sono al bar da un po’, sono arrivati un quarto d’ora prima di me e hanno completato tutti i check, devo dire che hanno fatto davvero una bella gara, un buon paio sono riusciti a fare un tempo minore del loro, peccato.

Tra i check c’erano angherie interessanti e stressanti come portare un pacco, timbrare un check in mezzo ad una piscina con i piedi in 15 cm d’acqua e chiudere la bicicletta pena sgonfiaggio delle gomme.

Niente premio al più lontano, niente premio all’ultimo, solo al primo e secondo out of town e al primo e secondo generale. Meno chiacchiere e più fatti direi. Correre in una città che la si conosce almeno in parte è una soddisfazione, almeno perchè quando apri la cartina sai già dove ti trovi, devi solo puntare l’obiettivo e pedalare. La foratura è stata una sfortuna ma mi ha insegnato a non sottovalutare mai nulla ed essere pronto a tutto sempre. Facendo due conti se non avessi forato avrei potuto fare anche l’altra consegna che non ho cominciato, ma non avrei potuto fare le due bonus, quindi è da dire assolutamente che ci vuole molta più gamba.
Correre un alley in tanti è bello, ma ricordate che quando seguite gli altri il vostro orientamento si spegne, e se non avete padronanza delle vie da metà gara in poi il cervello va in pappa e non capite più niente. D’ora in poi penso che me la giocherò sempre da solo con cartina alla mano, si perde tempo prima ma è tutto di guadagnato dopo.

Grazie a Niccolò e Pigozzi insieme ai ragazzi di Fixed Verona per l’organizzazione, ci becchiamo l’anno prossimo con ginocchio a posto e gamba allenata!