Cambio di vita, svuotamento di garage e.. Passo dello Stelvio!


Tra poco più di un mese una festa in un locale a ridosso del Golfo di Napoli segnerà il cambiamento totale della mia vita, casa nuova, famiglia nuova e.. garage sempre lo stesso! Purtroppo però dovrò ridurre drasticamente il numero dei mezzi a due ruote giacenti, sia per motivi di praticità d’utilizzo (quello che lascerò in garage sarà destinato a rimanere in garage, già lo so) che per motivi economici.

Il progetto Cube Hyde è giunto quindi al termine, presto lo riporterò alla configurazione originale (o quasi) e lo metterò in vendita, come metterò in vendita anche lo Storm Cunt che ha perso la bagarre con il Faggin su chi poteva rimanere (e ci credo), poi ci sono ancora telai e ruote sfusi che pian piano me ne libererò con il tempo.

L’ansia per la data che si avvicina è tantissima, ma riesco ad ammortizzare molto le emozioni con le distrazioni, forse anche troppo: presto leggerete un articolo che parlerà di Retro MTB, pallino che ho in testa da anni ma mai messo in pratica.

Un ottimo sfogo è stato anche partecipare allo Stelvio Bike Day il 27 agosto insieme ad altri 11mila ciclisti da un po’ tutto il Nord Italia e varie regioni d’Europa. Il clima è bellissimo, alle prime ore del mattino c’è già un fiume di ciclisti che si appresta a compiere l’impresa, chi per la prima volta, chi per l’ennesima, chi la fa una volta a settimana. C’è chi l’affronta con la bici da corsa, chi con la MTB, anzianotti germanici con le MTB elettriche e anche mamme con i bambini che li trainano con i carrelli attaccati alla loro bici. Ai primi km si sentiva ridere e scherzare e un vociare abbastanza alto, che si è stroncato di colpo al primo cartello che segnalava il 48° tornante, da li la salita comincia a farsi seria e il vociare sfuma man mano che si sale. A rompere il coro di affanni per lo sforzo sento delle grida di incitamento piuttosto ignoranti.. è il Sig.Franco che se la gira così:

Mi aspettavo cose di questo tipo, anzi, me ne aspettavo molte di più. Sono arrivato senza troppi problemi alla vetta, anche se con troppe fermate, purtroppo la condizione fisica non era delle migliori e ho preferito non sforzare troppo (mi devo pur sposare tra un mese no?).

Il fiume continuo di persone è costante per tutti i 48 tornanti, c’è un clima pacifico e sportivo, solo una pecora nera tra tutte che mollava bestemmie a destra e sinistra perchè non si spostavano dalla sua traiettoria, ma vabbè, mi ha sorpreso in fin dei conti che ce ne fosse solo uno.


Dall’ultimo tornante alla cima si doveva procedere praticamente a piedi, sono tutti in coda per farsi la foto al cartello. Sono 3 i versanti chiusi al traffico destinati ai ciclisti in questa giornata, quello dalla parte dell’Alto Adige che è il più caratteristico e frequentato, e quello svizzero e lombardo che si congiungono a qualche km dal passo, che secondo me sono anche parecchio più duri come pendenze. Ho visto che sono salite almeno due persone in fissa, impresa davvero niente male. La discesa a valle sul versante svizzero è stata a dir poco suggestiva, con un po’ di paura di surriscaldare i freni da quando ho cominciato a vedere ogni 500 mt gente che aveva forato, ma alla fine non ho avuto nessun problema, probabilmente montare sempre camere nuove e di qualità ha i suoi vantaggi.

Quest’anno è andata così, il tempo che ho fatto è un po’ sopra le mie aspettative, ma sono contento lo stesso, essere in mezzo a persone di ogni tipo per fare una scalata del genere ti fa dimenticare il tempo, la prestazione, il darci dentro, anche perchè per questo di certo non è questa la giornata ideale. L’anno prossimo senz’altro ci riproverò e mi imporrò di fare meno pause arrivando su molto più serenamente, mi frulla addirittura in testa di provarci con un’altra bici, chissà.. 😀

 

La mia prima scalata.

Stamattina mi sveglio alle 7 e mezza con il canto degli uccellini, alla faccia della pioggia che dava il meteo. Un sonno bestia mi trattiene dall’alzarmi dal letto, lasciando poi la morsa un’ora e mezza dopo. Un buon caffè napoletano, 4 fette biscottate con marmellata fatta in casa e mi butto in sella. Peccato che il fondello non si è ancora asciugato dopo la lavatrice di ieri sera, e dopo qualche km mi rendo già conto di avere problemi di respirazione, forse un colpo d’asma, forse allergia, forse non lo so. Nonostante questo salgo i primi 100 metri di dislivello senza accusare minimamente l’allenamento di ieri e addirittura segnando il mio miglior tempo fino ad oggi, e arrivo ai piedi della salita che porta al Passo della Mendola. Non la faccio, non riesco, non oggi. E quindi imbocco la Mendola.

La Medola oltre che essere un riferimento ciclistico è anche un riferimento meteorologico: se vedi nuvole brutte lassù tra un’ora al massimo arriva da piovere in città. Al momento dei primi tornanti l’antenna che sta a picco sulla vallata è completamente avvolta dalle nubi, insieme a tutta la costa superiore, e io sto salendo lassù.

Una salita di 15 km con una pendenza piuttosto costante, 1000mt di dislivello, il tempo di riferimento per essere sicuri di aver fatto bene è 1 ora. Quest’anno al Giro d’Italia i professionisti se la sono mangiata in 35 minuti, salendo nella prima parte ad una velocità  prossima ai 30 orari. Il mio obiettivo a freddo è di un’ora e venti, ma non l’ho mai fatta al completo, e non so sinceramente cosa aspettarmi da me e da questa impresa.

I primi tornanti mi fanno accusare lo strappetto che ho fatto prima di imbroccare la salita, dovuto forse ad una manata di ottimismo che mi è salita ad un certo punto. Faccio subito pieno utilizzo di tutto il pacco pignoni, e dopo un paio di tornanti comincio a scalare con piacere qualche marcia. Supero pure altri ciclisti più lenti di me, il che è sempre una buona spinta di ottimismo.

Per ricordare questi appunti ho memorizzato delle note vocali sul mio iPhone attaccato al manubrio, e riascoltandole ho notato che ho detto più di una volta che la Mendola oggi non l’avrei fatta, e dopo averla cominciata continuavo a dire che non sarei arrivato fino in cima. Metro dopo metro mi sentivo di vincere quella sfida con me stesso, e mi sentivo sempre più sicuro di me. Il Passo Mendola è qualcosa che va fatto, va fatto per capire chi sei, e va fatto periodicamente  per capire se stai migliorando o no.

Mi perdonerete se questo articolo non ha foto ma ho voluto dedicarmi solamente a pedalare senza distogliere la concentrazione e fare pause che avrebbero spezzato il ritmo.

Ci sono tre possibilità di cambiare idea nei primi 4 km di salita, alla terza quasi faccio un pensierino per scendere, ma un vecchietto mi passa davanti non troppo forte e mi da la grinta di continuare. Continuo a percorrere questa parte iniziale della salita che è circa al 7% ai 12-13 orari, fino a metà, trovo gente in MTB o bici da corsa a manubrio dritto che lascio indietro, ma finora niente bici da corsa, a parte il vecchietto di prima che dopo un chilometro si è girato e tornato indietro.

Dalla metà in poi la salita comincia a farsi più dura e le gambe cominciano a fare davvero fatica, l’acqua nella borraccia è a metà e so che più avanti andrò più avrò bisogno di bere. Devo fare piccoli sorsetti ogni km per risparmiare l’acqua. Salendo fino al decimo chilometro i tornanti cominciano a essere sempre più frequenti e la pendenza supera il 10% per arrivare fino al 15%, trovo davvero dei momenti di crisi e accaldamento, e accolgo questa leggera brezza contraria che mi arriva addosso come una manna dal cielo, mentre le gambe cominciano a fare davvero fatica a girare, non solo per la pendenza ma anche per la fatica accumulata, te ne accorgi quando la tua pedalata sembra come “frenata” da un elemento esterno.
Un aspetto infame della Mendola è che ti infonde fiducia all’inizio, per poi massacrarti psicologicamente: quando cominci a credere di essere in dirittura di arrivo guardi su e vedi dei tornanti molto più in alto e capisci che la strada per la vetta è ancora molto lunga.

In Francia su tutte le salite anno delle piccole lapidi con scritto il km di salita e la pendenza del km successivo, cosa molto interessante, da noi ovviamente tutto ciò non esiste se non in Trentino, ma nelle salite più famose come questa troveremo spesso i km mancanti contrassegnati sull’asfalto a bomboletta. A bomboletta come le scritte cubitali che citavano la scritta: “BIKE!”, salendo, per sensibilizzare i motociclisti e gli automobilisti a stare attenti alle due ruote a pedali, e devo dire che le motociclette oggi mi hanno davvero fatto tanta paura.

Nella zona intorno ai 11-12 km arrivo alle “roccette”, e supero un signore sulla cinquantina abbondante in mtb che andava su poco più lento di me,  ho tempo di lanciargli uno sguardo e lo saluto con: “Ciao, Hallo”, di risposta ricevo un “Knasch Knasch” con voce ansimante, o qualcosa del genere. Il vecchiotto mi è rimasto a non troppa distanza fino in cima, non male, anche se invidiavo il suo pacco pignoni da MTB quando la salita cominciava a diventare davvero dura.

All’ultimo chilometro comincio a vedere i metri segnati per terra, e allo scollinamento ho sorriso quando per terra ho visto la linea bianca del Gran Premio della Montagna, finisco lo scollinamento e arrivo fino al cartello per chiudere il tracciato e vedere il tempo finale. Sono fuori di 10 minuti rispetto al mio tempo che mi ero pronosticato. Per la prossima volta tenterò di osare leggermente di più nei primi chilometri e porterò una seconda borraccia per darmi sostegno sull’ultima parte.

Se dopo il giro di ieri con la stessa lunghezza e un terzo del dislivello di oggi sono arrivato a casa con le gambe che chiedevano a gran voce di  fare altra salita oggi ho trovato finalmente la stanchezza totale che cercavo, il che vuol dire che la prossima volta che affronterò il passo Mendola avrò più forza ed energia disponibili, le salitelle simpatiche che affronto tutti i giorni mi faranno molta meno paura, e soprattutto ora che ho affrontato questo piccolo “gigante” posso essere sicuro di potermi lanciare su tante altre salite che finora mi hanno sempre intimorito, senza dimenticare di fare questo percorso una volta al mese per vedere quando il mio tempo potrà avvicinarsi all’ora.

Obiettivo per fine anno sarà il vero gigante: il Passo dello Stelvio, lungo quasi il doppio e un panorama mozzafiato!

 

Amore per la salita.

Quest’anno ho rimediato all’errore che ho continuato a fare da almeno 10 anni a questa parte: non aver comprato una vera e propria bici da corsa. Con tutte le marce, i cambi, la ruotalibera, ecc. Da quando nel 2011 mi si è risvegliato l’interesse per la bici grazie alla bici fissa non ho voluto vedere altro, se non la MTB che ogni tanto mi dava qualche scarica di adrenalina in più in discesa.

Ho sempre pensato che la bici fissa sia più emozionante, avere il rapporto diretto gamba/ruota da una certa adrenalina, soprattutto nel misto, per non parlare del mondo che c’è dietro, le alleycat, le criterium e tutto il resto.

Ma vivendo in Alto Adige non ci sono molte possibilità di fare giri abbastanza lunghi in fissa. Bolzano – Ora, Bolzano – Merano, Trento – Bolzano, basta. Pianura o qualche piccolo dislivello che mi permette di non rischiare la vita quando scendo. Il mio livello prestazionale inoltre è sempre stato piuttosto basso, vuoi l’asma che ancora si fa sentire, vuoi l’alimentazione sbagliata, vuoi che gira e rigira a fine stagione se riesco a fare 1500 km è tanto, per colpa dei giri troppo corti che il territorio mi permette.

Decido così di procurarmi una bici da corsa, con la scusa di usarla solo per gli allenamenti, ma è bastato qualche uscita a farmi salire la scimmia. Finalmente posso buttarmi su strade che prima che non potevo percorrere, e, finalmente, comincio ad AMARE la salita, nonostante il mio peso iniziale prossimo alle 3 cifre.

Niente adrenalina, niente rischio, niente velocità folli. Solo una continua lotta tra la forza di gravità e l’accoppiata gamba/polmoni, che cominciano a lavorare insieme. E giorno dopo giorno è un piacere crescente vedere che dove prima salivi ansimando ora vai su a bocca chiusa, senza sforzi particolari. Sentire la fatica arrivare sulle gambe, ma la forza disponibile ora è sufficiente per fargli fronte. Arrivare a casa, e sentire i polmoni spalancati (che per me è una novità) e avere il sorriso stampato in faccia, con un leggero rimpianto di non aver fatto qualche km in più.

Domani mattina se il cielo (in senso meteorologico) me lo permette provo a salire per la prima volta al Passo Mendola, il primo obiettivo che mi sono prefissato per potermi davvero definirmi un ciclista.

E le fisse? Dimenticavo.. Questo sabato a Trento ci sarà la seconda Alleycat trentina sponsorizzata Athesis, e ci sarà molta salita da fare. Dopodichè comincerò a decidere cosa fare delle mie due bici fisse, anche perchè c’è un matrimonio che si avvicina e il posto in garage comincia a scarseggiare! 😀

Alla prossima!

Buone pedalate

“Odio i ciclisti”… Nel 2016 ancora con sta storia??

Con l’avvicinarsi della tappa nr.15 del Giro d’Italia, ho proposto agli amici di andarci a vedere la cronoscalata a Siusi, facendo contente le consorti con un successivo giro sull’alpe. Uno degli amici mi boccia la proposta dicendomi seccamente “ODIO I CICLISTI”, spiegandomi che per lui sono tutti fanatici e antipatici. La cosa mi ha fatto un po’ pensare, lui da giovanissimo faceva correva con la bici da strada, suo papà pure, il quale gli avrà trasmesso questa cosa, e probabilmente gli ha trasmesso quella idea di ciclismo degli anni 90-00 quando forse si, l’ambiente era probabilmente più esagerato di ora.

L’avvento dell’alluminio e subito dopo del carbonio ha dato possibilità a molti fanatici di sfoggiare prima una e poi l’altra tecnologia di prodotti ai ritrovi, erano gli anni dove il ciclista medio difficilmente aveva meno di 40 anni, ed erano arrabbiati con il mondo. Tutto il polverone mediatico sul doping ha fatto passare anche la voglia a tanti appassionati di seguire il ciclismo professionale (non che ci sia stato solo in quegli anni, ma c’è stato più polverone). A dire la verità era un ambiente che non piaceva neanche a me.

Oggi è diverso. Cicloturisti, stradisti, ciclisti fissi, amanti della bicicletta in generale: negli ultimi anni la bicicletta sta vivendo l’ennesima giovinezza, e questa volta sono molti di più i giovani che si avvicinano al ciclismo, e spesso (e per fortuna), più ignorantemente. Non gli interessano gli anni che furono con questo e quello che correva con la leva del cambio sul carro, non gli interessa l’acciaio, l’alluminio, il carbonio. Gli interessa solo pedalare, e più lo si fa meglio lo si fa. Ci si saluta quando ci si incrocia, ci si aiuta tirandosi a vicenda e ci si ringrazia alla fine, ci si scambia quattro battute nelle aree di ristoro, si fa amicizia.

La generazione che ci ha preceduto non ha mai fatto niente di tutto ciò. Se uno passa avanti si accende già la competizione, se uno passa troppo veloce volano le parolacce, non si ringrazia mai per la scia ma guai ad attaccarsi a una delle loro ruote.

Durante i miei allenamenti ogni tanto guardo in faccia i ciclisti che incrocio, c’è chi ha un sorriso stampato in faccia mentre pedala, c’è chi fa un cenno col capo, chi alza le dita dal manubrio per salutare. Il pregiudizio non c’è, non vieni giudicato perchè stai usando la bici del supermercato o la divisa di decathlon. Nel caso si corra in fila ci si fanno i segnali in caso di persone ferme o lente sulla carreggiata, tombini o irregolarità.

Ricordo solo qualche anno fa di aver litigato con qualcuno perchè mi sono permesso di fare un sorpasso in fissa a due ciclisti, con tanto di insulti perchè pedalavo una bici che non era come quella da corsa che avevano tutti gli altri. Per non parlare delle provocazioni dalle squadre in MTB che uscivano in allenamento, con una skiddata stava per scatenarsi una rissa.

Sono due anni che per le strade vedo un bel ciclismo, che pedalo un bel ciclismo, che vivo un bel ciclismo, grazie a persone che la vedono come me, senza pregiudizio, gelosia e voglia di contendere a tutti i costi, e questo grazie alle persone che incrocio tutti i giorni che la pensano come me.

Così mi sento di concludere questo piccolo sfogo con una frase dal timbro quasi messianico: Continuate ad essere quello che siete, abbandonate quello che erano quelli prima di noi, pedalare vi renderà liberi!

Work in Progress!!! Cube Hyde 2012 powered in South Tyrol

IMG_20150619_084940_AO_HDR

Qui è come si presenta finalmente la mia Hyde, le nuove ruote le hanno finalmente dato carattere, e scorre che è una meraviglia.

Le modifiche alla guarnitura però non sono state produttive come pensavo, la catena se cambio velocemente marcia dietro tende a cadere e incastrarsi tra MC e guarnitura, impossibile non sporcarsi se dovesse succedere. Mi trovo inoltre ad usare tendenzialmente i rapporti più grandi del pacco pignone, non sfruttando la metà inferiore, dovrò ripiegare sulla corona più piccola da 34 ed eliminare i bashguard, almeno finchè non ripiegherò su una corona da 40 circa..

I freni ogni tanto fanno qualche rumore sinistro, sembrano non gradire i nuovi dischi, pensavo che quando lo facesse con i mozzi centrelock fosse dovuto all’adattatore ma invece è proprio la pinza freno che è scadente.. Appena finiscono le pastiglie sostituisco l’intero impianto frenante.

Sono ancora indeciso se mettere un riser piatto con un buon backsweep e abbassarlo il più possibile, così da avere una posizione in sella più sportiva, sacrificando così il setup attuale dove va benissimo anche pedalando in giacca e cravatta.

Una sella meno cheap e meno imbottita completerà l’opera, perfezionando sempre di più questo mezzo che per tre anni è stato odiato e abbandonato in un angolo del garage.

Commuter Bike: Ci riproviamo 2 anni dopo.

Due anni fa acquistai la Cube Hyde, convinto dalla qualità Cube anche per i modelli più economici e soprattutto dal ciclista di fiducia che mi ha sempre trattato gran bene, pensavo di andare sul sicuro sul modello da 600 euro, ma, purtroppo, questa volta, i compromessi sono stati troppi per renderla la bici perfetta per tutti i giorni che avrei voluto che fosse, soprattutto per le mie esigenze maniacali ormai.

Elenco i problemi in ordine di come mi si sono presentati, e la soluzione.

Sella. Bella, trendy, originale, scomodissima. Non c’è verso, la posizione precisa non si trova, e non è nemmeno questione di abitudine, questa RDG Rock è una sella scomodissima e ignorante. Soluzione: Sostituita con una sella penso Selle Bassano, al momento, molto imbottita ma ha le cuciture rosse, un pagliativo finchè non trovo una buona sella a prezzi umani.

Manubrio + Stem. Non ho mai amato i flat bars, ma farselo piacere non sarebbe stato un problema, il problema vero qui sono state le misure. Diametro 26 dell’attacco manubrio è come dire avere un iPhone con l’antenna retrattile del Motorola 8700. Inoltre il manubrio è molto corto e lo stem è troppo lungo, per un telaio che in taglia M è un 58 di top tube, costringendomi non solo ad una posizione di guida orribile, ma anche facendo in modo che non puoi appoggiare la bici da nessuna parte perchè cade per terra. Soluzione: Stem 6cm Crank Brothers Cobalt e riser sempre Cobalt da 31.8, ora è tutto un altro pedalare.

Cerchi. Lo scandalo. Sono arrivati praticamente senza essere tirati dalla fabbrica, dopo un centinaio di km hanno cominciato a fare rumore. Invece che andare dal ciclista e rompere le scatole (anche se non so quanto mi avrebbero creduto, ormai era passato un mese), ho deciso di cambiare i nipples ai cerchi e metterli rossi, cosa che cominciai a fare con il cerchio posteriore, e smontando i vecchi mi sono accorto di quanto fossero fatti male questi Schürmann Euroline: oltre ai rumori dei raggi sentivo un piccolo rumore provenire dalle ruote, scoprii poi che erano i resti dei fori per i raggi che erano caduti all’interno del cerchio e non uscivano più, oltre ad innumerevoli detriti. La mia missione dei nipples è fallita in partenza perchè i nipples mi allungavano il raggio di mezzo centimetro, rendendo impossibile una tensionatura corretta (so raggiare, si). Soluzione: dopo due anni alla fine ho deciso di fare la spesa decisiva: Coppia di Mavic Aksium disc con attacco disco Iso, abbandonando il CentreLock Shimano di cui vi parlo tra poco.

Altri cambiamenti estetici e non: Mi misi in testa di mettere tutto quello che potevo in rosso, quindi dischi nuovi, che essendo Iso ho dovuto montarli con un adattatore che ha cominciato a smollarsi dopo un mese. Collarino reggisella nuovo, marchiato Anima, mai sentita ma è molto bello. Pedali Exustar rossi a cuscinetti, molto più dignitosi degli standard che non giravano nemmeno. Manopole Clarks ergonomiche, con un piccolo cornetto integrato, devo ancora provarlo ma spero di trovare la posizione giusta in spinta. Ho deciso di abbandonare anche i pesanti Schwalbe di serie da 42 per dei fantastici Continental Gatorskin da 28. Ho levato i parafanghi Curana che per quanto belli non avevano pietà per scarpe e pantaloni, perchè paravano si gli schizzi verticali, ma deviavano l’acqua sui lati a causa della poca curvatura del canale, peccato. Li sostituirò con degli SKS 42 urban che troverò il modo di montare solo all’occorrenza.

Ultima modifica, quasi radicale, ho eliminato il cambio anteriore e le due corone più piccole, lasciando la grande da 48 denti e il bashguard spostata al centro per evitare di stressare troppo la catena. Penso di sostituirla comunque più avanti con una più leggera da 44 denti. Con l’ampio pacco pignoni  (da 11 a 34) posteriore, mi è sembrato davvero assurdo portarmi dietro il peso di tutte quelle corone davanti.

Con tutte queste modifiche conto di arrivare appena sopra gli 11 kg anzichè i 13 iniziali, guadagnando soprattutto però in maneggevolezza, scorrevolezza e comodità.

Foto a breve!

Pulizia e rinnovi.

Sono entrato nella cartella Fixed dei bookmark sul mio browser e ho cominciato ad uno ad uno a controllare i vari siti. Di quella lista ormai ne è rimasto un terzo, tutti gli altri sono abbandonati o cancellati. Dire che la moda è ormai passata è una cosa brutta, ma di certo ha influito molto. Da quando sono entrato in questo ambiente sono passati 3 anni, mi sono passato 4 telai e quest’anno, dopo essermi sistemato finalmente i legamenti ho deciso di farmi il regalo più grande, il quinto e (spero) ultimo telaio.

Tutto è nato in un inutile pomeriggio di marzo, quando il mio collega con il suo Mash mi chiede consiglio per risolvere un problemino con un rumore che sente da non so dove causato da non so cosa. Con la scusa salgo in sella di questo bolide per provarlo, e per quanto la mia fissa vale un terzo di quello che vale quel Mash montato, non ne sono mai stato invidioso, fino a quel momento. La prima cosa che noto è come la pedalata va direttamente sulla ruota, una minima spinta di pedale viene scaricata direttamente a terra, a differenza del mio Gazzetta che da l’impressione di mangiarsi mezza pedalata solo in oscillazioni. Poi c’è la rigidità del telaio e il resto, insomma si nota subito che è un mezzo fatto per correre.

Comincio a fare due conti, do via Gazzetta e Dolan e mi faccio un Vigorelli e lo uso sia per uso urbano che crit, poi ci penso: ma il colore? Bianco che ce l’hanno tutti o nero che sembra una bici tutt’altro che personalizzata? E con quello sloping che proprio non sopporto come la metterò? A sto punto visto che voglio fare le cose bene spendo 150 in più e mi faccio un Histogram.

Comincio a farmi un immagine di questo Histogram di come sarà, che alla fine diventerebbe come quello del collega, anche perchè gli ho consigliato io come assemblarlo. Vabbè, amen, la bici la uso per conto mio, che male c’è.. Finchè non scopro che gli Histogram di quel colore e a quel prezzo sono totalmente terminati, e non c’è verso di averne uno se non con la nuova colorazione ad ulteriori 150 euro in più.

Faccio un offerta folle al mio collega, perchè so che è più folle di me, io gli do 600 euro (!!) per il suo telaio così lui aggiungendo il resto si può acquistare la nuova colorazione. Ci ha pensato, ci ha pensato davvero molto (chiunque mi avrebbe mandato al diavolo) ma alla fine ha rifiutato, per mia fortuna. Decido di andare sul personalizzato, penso in primis a Dodici, Vetta, Fag.. Faggin??? Ma certo! Perchè non ci ho pensato prima? Comincio ad informarmi su costi e tempi da un amico che so che ne ha uno, e visto che ci sono gli chiedo come si trova. Il parere è positivissimo sia per il telaio che per il rapporto che si ha con la famiglia Faggin durante la lavorazione, come del resto avevo già sentito da tanti altri.

Vada, un altro di quei pomeriggi dove non c’è nulla da fare al lavoro prendo il telefono e chiamo per vedere di che morte morire, cominciamo a parlare di tempi, particolari meccanici, geometrie e tanto altro. Morale della favola vado a spendere 400 euro in più di quanto avrei speso per un comunissimo Vigorelli, ma è ovvio che qui si parla di un telaio fatto con una mano che andrò a stringere quando lo ritirerò, non da un cinese sottopagato dall’altra parte del mondo, e tutti gli accorgimenti tecnici che ci sono non sono per marketing ma per funzionalità, per non parlare delle specifiche personali che ho potuto applicare.

Non voglio dilungarmi di più in dettagli su come sarà e come lo monterò, di certo farò in modo che il montaggio sia degno di un telaio di questo calibro, e punterò tutto sulla massima rigidità. E ovviamente in questi due mesi preparerò anche la gamba per essere degna di cavalcare un missile simile!